Ma è vero che la vitamina C combatte il raffreddore e rallenta l’invecchiamento?
Prendere compresse di vitamina C per integrare quella presente nella dieta di tutti i giorni è del tutto inutile. E’ inutile per il raffreddore, per l’influenza, per l’invecchiamento e per qualsiasi altro malanno.
Eppure ci abbiamo creduto tutti nelle virtù speciali della vitamina C e giù ad ingoiare integratori, forse perché crederci soddisfa bisogni psicologici importanti. In realtà studi approfonditi condotti da istituti di ricerca americani hanno dimostrato che è inutile introdurre dosi elevate di vitamina C, perché l’eccesso finisce nelle urine, espulso dai reni come sostanza di scarto.
In certe dosi, naturalmente, la vitamina C serve, perché aiuta ad assorbire il ferro, è coinvolta in numerose reazioni che avvengono nelle nostre cellule e contribuisce a difenderci dai radicali liberi.
Ma quanta ne serve?
La quantità giornaliera raccomandata nell’adulto è di 60 mg , le dosi aumentano per le donne in gravidanza o in allattamento. Ma non c’è bisogno di misurare questi milligrammi perché la vitamina C è presente in tutti i prodotti vegetali. Allora basta consumare la frutta di stagione, una bella arancia, per coprire l’intero fabbisogno giornaliero!
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Nel primo Ottocento non erano pochi i comuni irpini che, privi di adeguate risorse economiche, venivano abbandonati più o meno temporaneamente da contadini poveri e braccianti, costretti a procurarsi altrove pane e lavoro. Quasi sempre, la meta prescelta era costituita dalle province pugliesi: "circa 200 individui - apprendiamo in una esemplare relazione scritta da San Mango sul Calore- hanno del tutto sloggiato dal comune, domiciliando in Puglia, per poter più facilmente procurarsi il vitto col travaglio delle braccia, oltre ad un numero ingente che provvisoriamente in vari tempi dell’anno si reca in Puglia allo stesso uopo". Quando questi lavoratori rientravano in paese, debilitati dalla dura fatica e da difficili condizioni igieniche ed economiche, creavano seri problemi sanitari: " gli abitanti di questo circondario di Trevico- leggiamo in un rapporto del 1808- sono forti e laboriosi e godono ordinariamente un ottimo stato di salute, fuorché ne mesi estivi col ritorno che fa la maggior parte di essi dalla Puglia in tempo delle messi". Ancora nell’agosto successivo, il medico fiscale dello stesso circondario annotò che "il loro ritorno è il momento dello sviluppo delle più terribili malattie. Sventuratamente in quest’anno, in cui l’incostanza e l’umidità dell’aria unitamente alle solite altre potenze morbose hanno maggiormente attaccato il sistema; le malattie si sono rese quasicché generali ed epidemiche. L’indole ed il fondo delle medesime è una marcata astenia; i vizi della linfa e della bile ed uno scombussolo nel sistema nervoso non ne sono che l’ordinarie conseguenze. I sintomi che l’annunziano sono ad un di presso quasicché uniformi, e tranne alcune picciole varietà, che sono figlie dell’età e del temperamento, si può dire che il genio delle malattie dominanti è di essere costituzionali". Al fenomeno non sfuggiva la stessa città di Avellino, dove si osservò che " le malattie di mutazione si sogliono vedere in tempo d’està ed esse ci pervengono dalla Puglia donde ritornano l’individui che colà si portano a mietere le biade". Quello che potremmo definire il "morbo dei mietitori", era soprattutto una malattia sociale, alla quale non si poteva porre facile rimedio. "La miseria e la mancanza de’ buoni farmacisti contribuiscono in qualche modo a rendere più penoso il destino degl’infelici languenti": era questo lo sconfortante ma realistico commento proveniente ancora da Trevico.
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"Le uova fanno male al fegato!"
Se questo fosse vero allora il fegato dovrebbe avere la capacità di distinguere ciò che gli arriva dalla digestione ma non è così, in quanto tutto quello che giunge al fegato dopo la scomposizione digestiva è in forma anonima. L’equivoco nasce dal fatto che il tuorlo d’uovo stimola la contrazione della colecisti svuotandola della bile e provocando dolore se in essa sono presenti calcoli. La loro presenza non è imputabile alle uova. I calcoli possono formarsi quando la bile ristagna nella colecisti, poichè i sali biliari e il colesterolo che la compongono possono precipitare. A questo punto una domanda sorge spontanea: l’uovo, favorendo la contrazione della colecisti e svuotandola della bile, previene la formazione dei calcoli biliari? Certo! Questo è uno dei pregi delle uova! Pertanto il consumo di uova è sconsigliato nella calcolosi della colecisti, ma, per il resto, non esiste motivo per escluderle, a patto che il regime dietetico adottato sia nel complesso equilibrato. Ma i pregi delle uova non finiscono qui! Le uova contengono fosfolipidi, un particolare tipo di grassi che collabora al trasporto degli altri grassi e il cui assorbimento non richiede l’azione dei succhi biliari. Allora non condanniamo le uova senza le prove reali della loro colpevolezza!!!
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"La frutta si mangia con la buccia perché questa è più ricca di vitamine!"
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"La cioccolata fa venire i brufoli !"
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L’operatore ai servizi di ristorazione settore Sala – Bar, al conseguimento del diploma di qualifica, sa predisporre il servizio in relazione al menu, sa organizzare ed eseguire il servizio secondo le esigenze dei vari tipi di aziende ristorative, ha pratica delle varie specializzazioni dei servizi del reparto; conosce le caratteristiche dei cibi e delle bevande; è in grado di gestire un bar, di preparare aperitivi, cocktail e long drink, illustrarne la composizione e le caratteristiche, offrire gli elementi informativi utili per la scelta del cliente; ha conoscenza di almeno due lingue straniere; ha una buona formazione culturale e una buona preparazione professionale flessibile e polivalente.
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